Giugno 19, 2024

Francesco “Messi” Messori: “Inseguite la passione, non è mai finita”.

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<< La cosa più importante per me è aver tirato fuori dalla fossa tanti ragazzi che pensavano che fosse finita lì, che non sarebbero più tornati a giocare a calcio, ad inseguire la loro passione>>. – La nostra intervista a Francesco Messori

Abbiamo intervistato Francesco Messori, fondatore e capitano della Nazionale Italiana di Calcio Amputati. Ci ha raccontato tanti aneddoti e tante storie particolarmente interessanti riguardanti la sua carriera e la sua esperienza nel mondo dello sport, partendo da come ha cominciato ed arrivando addirittura al suo celebre incontro con Messi. La sua storia è la dimostrazione di come non ci siano ostacoli insuperabili e lo ringraziamo per averci detto molte cose davvero importanti e per averci raccontato la sua carriera.

<<Racconta la tua storia>>

<< Ciao, mi chiamo Francesco Messori, ho 24 anni e abito a Correggio. Verso i 7 anni ho iniziato a giocare nella parrocchia del mio paese, inizialmente con la protesi con la quale – all’età di un anno e mezzo – ho anche imparato a camminare. Protesi che ho portato anche sui campi da calcio. Così dovevo però trovare un ruolo “statico”, perché ero scomodo e comunque limitato. Quindi ho iniziato a giocare come portiere insieme a ragazzi normodotati, con due gambe. Dopo tre annetti circa, verso i 10/11 anni, ho capito che questa protesi non faceva per me perché era davvero troppo pesante, più che aiutarmi mi limitava. Essendo nato senza la gamba, la mia normalità è sempre stata quella di vivere così come sono, senza bisogno di qualcosa che mi aiutasse a vivere meglio rispetto a quanto facessi già senza. Ho deciso dunque di abbandonare la protesi ed è così iniziata la mia vita con le stampelle, all’età di 11 anni. E’ stata una scelta che ha riguardato sia la vita quotidiana che quella sportiva: nel calcio ho abbandonato il compito di portiere per passare a giocare più avanti, in attacco, al ruolo che comunque già mi apparteneva e mi piaceva di più. Il problema era che, giocando insieme a ragazzi normodotati, queste stampelle non mi permettevano di poter continuare a giocare insieme a loro nelle partite ufficiali, di campionato. Potevo solo allenarmi con loro, ma non giocare ufficialmente. Per regolamento le stampelle non erano permesse. Quindi cosa è successo? C’è voluto il Centro Sportivo Italiano, che tra fine 2011 e inizio 2012, quando è venuto a conoscenza della mia storia, ha deciso di aprirmi una porta. Intervenne l’ex presidente nazionale Massimo Achini, nel 2012, quando io avevo 13 anni e sono stato appunto tesserato dal CSI. Non è stato certamente una cosa semplice da fare: il CSI ha dovuto addirittura cambiare le proprie regole a mio favore. È stata una cosa veramente grande. Non smetterò mai di ringraziare le persone che l’hanno permesso. Così ho avuto la possibilità di giocare con le stampelle nei campionati CSI, insieme ai normodotati. Il fatto è che non ero ancora del tutto soddisfatto perché sentivo che mancava qualcosa, che non riuscivo a divertirmi abbastanza. E potete immaginare perché: comunque, oggettivamente, io ero senza una gamba e gli altri ne avevano due. Il mio sogno era quello di confrontarmi sul campo insieme a ragazzi senza una gamba come me, ragazzi che magari avevano subito un incidente o un trauma o che fossero nati come me. Ma la cosa più importante era che fossero appassionati di calcio.

Per provare a realizzare questa cosa che – vi ricordo – in Italia non c’era, io e i miei genitori – in particolare mia madre, che è la più sportiva – abbiamo deciso di aprire un gruppo su Facebook. L’abbiamo chiamato “Calcio amputati Italia”. Inizialmente abbiamo pubblicato un post nel quale abbiamo scritto qual era il mio desiderio, ovvero quello di trovare altri ragazzi amputati in giro per l’Italia che avessero la mia stessa passione per il calcio e volessero far parte di una squadra. Un po’ grazie a quello che era stato fatto dal CSI per me, un po’ per questo modo di promuovere la mia idea, questo mio desiderio, è stato possibile fare arrivare la voce anche alle persone giuste. Nel giro di un annetto circa siamo stati contattati su Facebook da diversi ragazzi amputati, ognuno con la propria età, ognuno con la propria storia, ognuno di loro appassionato di calcio. Mi scrivevano speranzosi di poter far parte, appunto – un giorno – di questa squadra. Quindi, nel dicembre 2012 è stata ufficializzata dal CSI la Nazionale Italiana di Calcio Amputati della quale poi da quel giorno sono diventato fondatore e capitano. È ormai da 10 anni che portiamo in giro la nostra realtà, non solo per l’Italia ma anche un po’ per l’Europa e anche per il mondo, perché abbiamo avuto la fortuna di giocare competizioni internazionali: due Europei e tre Mondiali. Abbiamo portato questa realtà di vita e di sport un po’ ovunque, con l’obiettivo di crescere ancora. Ovviamente ci sono realtà nel mondo che sono molto più sviluppate di noi, che sono professionistiche e quindi ci sono persino paesi in cui i giocatori vengono pagati per giocare a calcio con le stampelle. Noi siamo ancora molto lontani da questo, non mi importa sapere quand’è che ci arriveremo, l’importante sarà arrivarci.

Non voglio assolutamente sostituire l’importanza dei soldi con quella passione perché è la passione, ancora prima di quello che potrà venire dopo, che ci spingerà sempre a fare quello che facciamo. Non vi sto parlando di stipendi da milioni di euro, come percepiscono i giocatori di serie A, ma stiamo parlando di stipendi da operaio, semplicemente per riconoscere quello che facciamo, perché potete capire anche la difficoltà che spesso viene fuori dal momento in cui ovviamente ognuno di noi deve avere un altro lavoro, perché magari ha una famiglia. In vista di una preparazione con la nazionale, però, questo diventa davvero un problema. In generale è chiaro che facciamo quello che possiamo e che non si possa pretendere tanto, ma dall’altra parte vogliamo impegnarci al massimo. Noi faremo sempre di tutto per raggiungere sempre più obiettivi possibili e questo penso che sia fattibile solamente con tanta promozione e tanta spinta anche da parte delle federazioni che ci sostengono. Adesso noi siamo sotto una Federazione del comitato Paralimpico che è la FISPES, che si occupa degli sport paralimpici e sperimentali. Si dice, però – già da un po’ di tempo – che dovremmo passare in FIGC; sarebbe anche un modo per crescere ancora di più. Già da qualche anno abbiamo dato vita a un campionato interno, ovviamente con quelli che siamo: quattro squadre composte da circa 12 giocatori l’una, spesso formate da calciatori di zone limitrofe, non della stessa città. Per esempio, io gioco nel Vicenza Calcio Amputati: da Correggio ho un’oretta e mezza di strada. Noi, come Vicenza Calcio Amputati ci troviamo in generale due volte al mese, due week-end. Facciamo allenamento sabato mattina e sabato pomeriggio e poi ci salutiamo. Io da quest’anno ho trovato una squadra vicino a Correggio che è il San Martino Piccolo, praticamente attaccata a casa mia, con la quale ho la possibilità, comunque, di allenarmi con i normodotati. Fino all’anno scorso mi allenavo sempre da solo, ma potete capire che, parlando di uno sport di squadra come il calcio, alla lunga è anche un po’ demotivante. Aver, quindi, trovato questa squadra vicino a casa mia, che tra l’altro è di amatori, del CSI, e di conseguenza mi permette anche di giocare le partite per me è molto importante perché mi consente di mantenermi in allenamento, cosa non scontata. Anche in questo mi ritengo fortunato. E poi, appunto, due volte al mese abbiamo il ritrovo col Vicenza. Per esempio, domani partiamo per Roma dove giochiamo la seconda giornata di campionato. La prima l’abbiamo giocata a Modena un mese e mezzo fa>>.

<<L’emozione di incontrare Messi? E i Mondiali?>>

<<Allora, beh, per me i primi Mondiali sono stati nel 2014. Io non avevo neanche 16 anni e potete capire l’emozione di un ragazzino di quell’età nel vestire la maglia della nazionale che comunque per noi è ancora più un orgoglio, anche rispetto a quello che abbiamo vissuto nella nostra vita. Questa squadra, questa realtà ha dimostrato a me per primo, ma anche a tutti quelli che vi si sono avvicinati, che lo sport è davvero fondamentale, soprattutto in seguito ad eventi traumatici. Ti insegna davvero che nulla è mai finito o impossibile da realizzare. Tutti questi ragazzi pensavano che dopo l’incidente la loro vita fosse finita. Invece, questa realtà ha dimostrato il contrario, sempre. Questo è molto importante, questo è il messaggio principale che noi vogliamo trasmettere a livello umano, a livello sportivo, che diventa un messaggio di speranza. Vogliamo far capire quanto nello sport la gente non ti guarda per quello che ti manca, come magari può fare fuori dalla vita sportiva. Tornando ai mondiali, dicevo, io i primi li ho giocati nel 2014, a 16 anni. Eravamo in Messico, abbiamo giocato la partita inaugurale contro la squadra di casa e c’erano circa 5000 persone. Davvero un’emozione incredibile, non saprei come descriverla. Soprattutto, ricordo che siamo stati applauditi dopo la partita che avevamo vinto due a zero. Siamo stati applauditi dai tifosi messicani, qualcosa che nel calcio “tradizionale” è molto difficile da vedere. E per quanto riguarda l’incontro con Messi, beh. È stato e sempre sarà il mio idolo. Non dico che prima il calcio non lo seguissi, però lui mi ha fatto innamorare del calcio. Ho iniziato a seguire il Barcellona verso il 2011. Erano gli anni d’oro di Guardiola e sono diventato tifoso del Barça. L’incontro con Messi è avvenuto due volte. La volta più popolare è stata nel 2014, quando sono andato a Barcellona con un gruppo di ragazzi. Io ho fatto parte anche della Penya lombarda che è un’associazione di tifosi del Barcellona, riconosciuta dal club. E l’ex Presidente di questa Penya, che adesso non c’è più, organizzava eventi di un certo tipo, avendo anche agganci con il club. Un week-end siamo andati a Barcellona, abbiamo vissuto un po’ in città e sabato sera siamo andati al Camp Nou a vedere una partita di Liga. Dopo la partita siamo scesi nei sotterranei dello stadio aspettando che uscissero i giocatori dagli spogliatoi e quando è arrivato Messi – io avevo già in mente questa idea, chiamiamola folle – oltre ad essermi fatto un selfie con lui, ho deciso di farmi fare il suo autografo sul braccio e la notte ho dormito in modo che non si cancellasse. Il giorno dopo ho trovato un tatuatore aperto, anche se era domenica, sulla Rambla. Mi ha ricalcato tatuando l’autografo e quindi è dal 2014, appunto, che ce l’ho sulla mia pelle. È chiaro che per alcuni potrebbe sembrare una cosa un po’ folle, però penso che ci siano cose che capitano una sola volta nella vita, quindi, non penso di pentirmene mai>>.

<<Com’è raggiungere traguardi importanti tenendo conto del problema con cui convivi dalla nascita?>>

<<Beh, di sicuro è una bella soddisfazione quello che sono riuscito a realizzare, sempre grazie all’aiuto di tante persone. Io dico sempre che da una persona può nascere un’idea, ma ci vogliono tante persone per realizzarla: la loro presenza è stata la mia fortuna. Aver realizzato il sogno, il mio sogno principale ti rende orgoglioso, soprattutto di aver potuto dare una seconda possibilità di vita a tante persone. Questa per me è la cosa più importante: aver tirato fuori dalla fossa tanti ragazzi che pensavano che fosse finita lì, che non sarebbero più tornati a giocare a calcio, ad inseguire la loro passione. Questa realtà ha dimostrato il contrario e questa per me è la cosa più bella che mi rende felice. Ovviamente questo non toglie il fatto che per raggiungere determinati risultati bisogna avere una certa determinazione, tanta pazienza, fare tanti sacrifici e soprattutto non mollare mai. È facile, magari, iniziare bene per poi perdersi nel percorso, però noi abbiamo avuto dimostrazioni di ragazzi che dopo l’incidente si sono messi di impegno e si sono visti anche i risultati: ragazzi che magari hanno conosciuto la nazionale a gennaio di un anno e ad ottobre di quello stesso anno erano già ai Mondiali. Questo per farvi capire magari quanti chili hanno perso e quanto si sono allenati, quanta determinazione e passione ci hanno messo perché, ripeto, senza passione è difficile, veramente difficile farlo. È quella che ti trasporta sempre a fare anche le cose che magari non penseresti di riuscire a fare>>.

<<Che tipo di lavoro svolgi nello specifico con il Sassuolo?>>

<<Lavoro part-time da ormai tre anni e mezzo, da ottobre 2019, come segretario del calcio femminile. Vuol dire occuparsi un po’ di tutta la parte della segreteria, insieme a un mio collega. Lui – che lavora full time – è quello che si occupa un po’ di tutte le cose logistiche in generale. Io mi occupo di più della parte medica, della parte in infortunistica delle ragazze. Ho a che fare più con i medici e prenoto le visite nei vari centri, sono in contatto con i genitori. Scrivo mail e quando una ragazza si fa male apro il sinistro, l’infortunio con l’assicurazione. Seguo un po’ queste pratiche dalla prima squadra femminile e fino alle più piccole, fino alle pulcine. Parliamo di quasi 250 ragazze. Negli ultimi anni la realtà del Sassuolo è aumentata tanto, la realtà del femminile a livello regionale, nazionale è “tanta roba”, ed è molto importante per questo movimento che è diventato professionistico solo quest’anno. Ovviamente, qualcosa da migliorare c’è sempre, però, sono contento e felice di poter far parte di questa realtà, soprattutto perché secondo me è anche un po’ una realtà simile, se vogliamo, a quella del calcio amputati, perché è partita da zero e, pian piano, ha preso piede e si è conquistata il suo spazio anche con i propri meriti. E senza troppi pregiudizi, anche se ancora ci sono. Sono io il primo, magari, a mettermi in mezzo, a volte, perché anche il calcio femminile merita l’attenzione che ha quello maschile. E poi è chiaro che il fisico della donna e quello dell’uomo sono diversi, che quando tu guardi una partita del femminile non ti puoi aspettare delle cose che vedi nel maschile e viceversa. Se parliamo di partite veramente di alto livello, le puoi tranquillamente paragonare non dico alla serie A maschile, perché è troppo, ma a qualche categoria inferiore del calcio maschile, perché comunque ci sono veramente delle ragazze che sono dei fenomeni, ve lo posso assicurare.

Sono felice di far parte di questa società, soprattutto perché comunque mi ha dato la possibilità di fare della mia passione il mio lavoro. Nonostante non sia sul campo, si parla comunque di calcio, in ufficio, perché quello è il lavoro. Un aspetto veramente importante, per il quale sono grato>>.

Francesco Messori

(Intervista scritta da Lorenzo Volponi, Andrea Ascari, Nicolò Vecchi e Cristiano Cavallaro)

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