Giugno 19, 2024

”Reggio sarà sempre la mia seconda casa” – La nostra intervista a Nico Facciolo

22 min read

Abbiamo fatto una lunghissima chiacchierata con Nico Facciolo, il più grande portiere della storia della Reggiana. Gli abbiamo fatto innumerevoli domande e lui ha saziato le nostre curiosità con una lunga serie di risposte molto approfondite, ricche di dettagli e storie incredibili. Siamo partiti dal suo esordio e siamo arrivati a quando ha scelto di ritirarsi; l’ex estremo difensore granata ha riavvolto il nastro, tornando indietro e raccontandoci tutto – ovviamente anche dei due rigori parati con il Modena, “Il più grande colpo di culo della mia vita” -. Oltre a ciò l’esordio, il celebre derby con il Parma giocato con un ginocchio rotto, la promozione in Serie B, un confronto tra l’operato di Vandelli e quello di Fiaccadori, una precisa descrizione del calcio espresso da Marchioro e non solo.

Ci teniamo dunque a ringraziare Nico Facciolo per aver partecipato con straordinaria generosità alla nostra chiacchierata.

Facciolo davanti al murales che lo ritrae come “San Nico” – “proteggici dai modenesi”

“L’esordio e le prime partite? Hai debuttato contro il Cagliari, poi hai giocato contro l’Udinese, in una partita non finita esattamente nel migliore dei modi, ma era l’inizio di una grande avventura a Reggio”

“Ho esordito con il Cagliari: abbiamo fatto 0-0 in Coppa Italia. Avevo già fatto un’amichevole, credo col Dnipro, perchè, in quegli anni là – era una cosa di partito, legata al discorso delle cooperative eccetera – la Reggiana faceva ogni stagione un’amichevole con questi Russi che venivano giù. Avevamo già fatto questa partita con il Dnipro e, stranamente, essendo la prima partita ufficiale, Fontana, l’allenatore di quel momento, fece giocare me al posto di Bertolini. L’anno prima c’erano Eberini e Gregori e sono poi andati via tutti, quest’ultimo è passato alla Roma. Fu preso Bertolini, che era un reggiano e aveva giocato a Livorno e Siena, aveva fatto il secondo in Serie A a Catanzaro, per cui era molto più quotato di me, che arrivavo dal Pordenone, dalla C2. E io pensavo sinceramente, dopo il ritiro, che il mister facesse partire lui, perché era molto più esperto: aveva una trentina di anni. E invece, sorprendentemente, in quel campionato ha fatto partire me. E mi ricordo che col Dnipro ho fatto la prima partita, poi è arrivata appunto la Coppa Italia: la prima col Cagliari 0-0, la seconda, purtroppo, con l’Udinese, in casa, perdemmo 4-1. Non feci molto bene, poiché, tra l’altro, subii tre gol da Edinho, un brasiliano – chiamato anche in nazionale -, che ha giocato diversi anni ad Udine. Ha fatto tre gol lui ed uno Carnevale, un ex che aveva vestito anche la maglia granata, qui a Reggio. E lì presi un gol su punizione brutto. La partita dopo affrontammo il Milan in trasferta – in quegli anni in Coppa Italia si mischiavano Serie A, B e C,  e c’era questo “mini-girone” – e giocò Bertolini; perdemmo 1-0 su gol di Virdis e da lì in poi, in campionato, partì Bertolini. Io esordii in prima squadra nel derby d’andata a Modena, quindi parliamo già di inizio dicembre. Bertolini fece le prime 10-11 partite. Comunque l’esordio è bello perchè, ai tempi, giocare al Mirabello – per me che venivo diciamo dalla provincia – era la prima vera piazza importante. Poter giocare in una squadra blasonata come la Reggiana… avevo sempre giocato in categorie minori. Ero un ragazzino, avevo 23 anni e quindi ero ancora agli inizi. Fu fondamentale arrivare a Reggio Emilia, poiché conobbi un grande preparatore dei portieri, che era Villiam Vecchi. Era il primo vero preparatore, per me, perché né a Pordenone né a Monselice, dove avevo iniziato a giocare, avevo mai avuto qualcuno che ti potesse correggere gli errori, spiegare tutte quelle cose di carattere tecnico-tattico che necessita il ruolo. Per cui io ero solamente istinto puro, predisposizione atletica a fare il portiere e via – perchè qualcosa impari: qualche nozione, gli allenatori della prima squadra te la davano -. William fu l’inizio delle mie fortune, perché trovare un grande preparatore come lui – anche lui agli inizi, eravamo nel 1985 e aveva smesso di giocare 3 anni prima nella Spal -, che aveva già lavorato con gente come Eberini e Gregori, fu importante. E poi arrivai io. Lui ha fatto una carriera strepitosa come preparatore, perchè ha vinto con Ancelotti tutto e allenato i migliori portieri del mondo”.

“Reggiana-Modena del 20 aprile 1986. I due rigori parati?”

“Lì non è stata proprio tutta quanta casualità. Il primo di Domini immaginavo lo calciasse lì, perché, con lui, avevo fatto il militare, in compagnia qualche anno prima a Bologna. E mi ricordo che, quando facevamo gli allenamenti, lui, essendo un centrocampista molto tecnico, usava tanto il piattone, perchè era uno di quei centrocampisti molto precisi. Lui giocava lì, a centrocampo, e dava i tempi alla squadra e via. L’avevo visto a Barletta, avevamo fatto il CAR assieme e c’era un campo dove a tempo perso andavamo a giocare. Avevo il flash che l’avevo visto calciare dei rigori con questo piattone. E io, lì, quando lui calcia il primo rigore, vado convinto subito dall’altra parte e lo paro, poi, nella ripetizione, proprio quello di Longhi, sono andato dall’altra parte e mi è andata bene. Infatti, io dico sempre che quella partita, a parte il fatto dei rigori, è stato il più gran colpo di culo della mia vita, perché non è che capiti tanto facilmente di parare due rigori, poi in un contesto del genere, in un Reggiana-Modena. Dentro di me, inoltre, dico spesso:”L’avevo provocato io”. Quindi: sei alla fine, calcia Domini, gol, finisce la partita 2-1, potevano dire:”Ah, questo si è venduto la partita”. Cioè, poteva cambiare completamente la mia immagine rispetto a quello che era il pubblico di Reggio e davanti a tutta la città. E, invece, da lì, sono diventato sindaco di Reggio Emilia, ipoteticamente, perché, veramente, a quei tempi, aver fatto una prestazione del genere in una partita così sentita… sono diventato, nel senso sportivo, intoccabile, poichè poi potevo permettermi di tutto. Sono diventato l’idolo della gente. Guarda che potere può avere una partita: come può cambiare, nel bene e nel male, il destino di un giocatore. Il rigore lo causo io, segnano, perdi la partita, diventi niente, hai venduto la gara. E, invece, sono stato l’eroe di un incontro che resterà mitico per sempre, nel tempo, visto che non so quante volte potrà capitare che un portiere della Reggiana pari due rigori nel derby col Modena. Per cui, il bello del calcio è anche questo, a volte”.

“Il derby con il Parma vinto 1-2 in cui hai giocato per un’ora con un ginocchio rotto?”

“Al 30’ del primo tempo arriva questa palla lunga; io, per evitare Rossi, il loro centravanti, esco con il ginocchio alto. Per far sì che non accadesse quanto era accaduto a Martina con l’Ascoli, contro Antognoni, che fu preso in testa e rischiò di morire, ero già in presa con il ginocchio alto, con la palla in mano, [Nico si alza e mima il gesto, NdR] mi vedo arrivare l’attaccante avversario ai duecento all’ora, sposto il ginocchio. Lui mi passa di fianco, io chiudo il ginocchio, vado su, solo che, anziché atterrare con il pallone in mano, chiudo, appunto, il ginocchio e mi spacco il crociato con la compressione. E, praticamente, lì mi parte menisco interno e crociato anteriore, il legamento. Subito, chiaramente, non lo sai, sento nel ginocchio che qualcosa mi è uscito, sento la sensazione, anche perchè mi diceva Peroncini dalla panchina:”Si è sentito stock”, come se il legamento si fosse rotto. Cado per terra, ho il pallone in mano, lo butto fuori, arrivano il dottore, il massaggiatore e, naturalmente, mi chiede come stessi. Mi rialzo in piedi, non è come adesso che appena hai un’unghia incarnita resti fuori: delle volte si giocava da stirati, era una roba diversa. Mi dicono: “Ascolta, dai, prova a resistere un quarto d’ora”, perchè stava finendo il primo tempo. Intanto mi hanno fasciato il ginocchio, io lo sentivo, però subito, ancora a caldo, non lo senti, senti piuttosto la tensione e tutta l’adrenalina di una partita importante. Finisce il primo tempo, andiamo nello spogliatoio, c’era anche un altro problema: Gigi Bertolini era venuto in panchina e aveva 39.5 di febbre. Era venuto lo stesso, era ammalato. Eravamo due portieri, non era come adesso, che ne hai dietro tre o quattro, capitava di rado che il portiere si facesse male. Di conseguenza, mi fanno: “Bertolini ha la febbre”. Alla fine decido: boom, fasciamo ancora il ginocchio, due punture di anestetico al ginocchio e via in campo fino alla fine. La partita l’abbiamo vinta 1-2 e, tra l’altro, ci furono degli incidenti durante la gara, perché non era lo stadio di Parma di adesso: il posto è lo stesso, ma una volta c’era tutta la pista di atletica, come anche a Modena. Gli ultras del Parma – ho giocato tutto il secondo tempo dietro la loro curva – avevano buttato giù tutta la rete. E c’era tutto il cordone della celere – uno ogni due metri – affinché non facessero invasione di campo. E tutto il secondo tempo abbiamo giocato così. Poi, tra l’altro, finita la partita – che vinciamo noi 1-2 -, hanno cominciato a tentare di fare invasione di campo, perché poi i reggiani li prendevano per il … dall’altra parte. Noi, naturalmente, siamo rientrati in spogliatoio e hanno buttato dei lacrimogeni contro la celere. Mi ricordo dentro lo spogliatoio: tutti erano entrati con le lacrime. Intanto, il pullman l’avevano fatto arrivare fino in autostrada e ci hanno scortati, siamo saliti proprio con la polizia. Poi, in pratica, a fine partita, il mio ginocchio era già grosso come un melone e il giorno dopo la sentenza fu, ovviamente, tragica, perché gli esami avevano evidenziato che erano partiti il crociato e il menisco. Mancavano cinque partite alla fine di quel campionato e c’era da pensare ad organizzare l’operazione: dove, come e quando. La feci poi a Milano, grazie anche a Villiam Vecchi, che era stato al Milan e mi operò in equipe con il dottor Monti, che era il medico dei Rossoneri”.

“C’è un’atmosfera che ricordi particolarmente, magari in una partita tra le più sentite, come quelle con il Modena, con il Parma o con lo Spezia?”

“Erano sempre partite molto particolari, soprattutto perché le caricavi durante la settimana, ma non le caricavi te: erano incontri caricati dalla tifoseria, perché è chiaro che, quando si tratta di un derby… Lo stesso con lo Spezia: è sempre stata è una partita, per i tifosi reggiani e per gli spezzini, particolare, poiché qualche anno prima c’erano stati incidenti a La Spezia: avevano spaccato macchine, quando i Granata avevano vinto il campionato nel 1981. La partita più sentita con i liguri è stata quando, nella stagione 1988-1989, abbiamo trionfato 3-0, l’anno in cui abbiamo vinto il campionato. In quella partita fui colpito da una biglia sul naso, dietro la curva degli spezzini. Ti giocavi la partita: lo Spezia arrivò terzo in classifica quell’anno”.

“Alla Reggiana di Vandelli mancava ancora qualcosa per fare il salto di categoria, che poi è arrivato quando ha ereditato il titolo di presidente Ermete Fiaccadori. Secondo te qual era il punto debole che non permetteva ai Granata di conquistare la promozione, che poi è stato rafforzato da Fiaccadori, Corni e Marchioro?”

“Il primo anno a Reggio abbiamo ottenuto un quarto posto, andarono su Parma e Modena, terzo il Piacenza. L’anno dopo andò su il Padova, assieme al Piacenza, e noi siamo arrivati terzi. Vandelli ha sempre fatto delle buonissime squadre, però, sai, a volte ti giochi un campionato per un punto o per due. E nella prima stagione ricordo che arrivammo alla gara con il Modena – quella dei due rigori parati – dopo tre sconfitte consecutive. Lì ci eravamo già giocati il campionato: dopo vincemmo sia a Modena che a Parma, ma erano già andati, loro. La stagione successiva abbiamo fallito la partita top in casa con il Padova, primo in classifica; noi arrivammo lì, a due punti e pareggiammo quella partita in casa. Avevamo perso l’andata 1-0 da loro, al ritorno pareggio a reti bianche, e se avessimo pareggiato li avremmo agganciati. Magari, restando con lo stesso numero di punti, avresti avuto un morale diverso e altro. Comunque arrivammo terzi: facemmo un grande campionato. Purtroppo, il fallimento più grande l’ha fatto la Reggiana l’anno dopo – 1987-1988 -. Mi mandano ad Arezzo un anno, in Serie B, e fanno uno squadrone: arrivano Cornacchini e Carotti, dei giocatori importanti, partono con i favori del pronostico e falliscono completamente la stagione. Mandano poi via Santin, arriva Perani. L’anno dopo Vandelli lascia, arriva dentro il senatore Sacchetti, che mette dentro Fiaccadori, come presidente, poi Renzo Corni e prendono Pippo Marchioro. Lì parte subito la gestione nuova e si vince subito il campionato: andammo in Serie B. Cavalcata trionfale, grande campionato”.

“Fiaccadori ha detto che Marchioro aveva uno stile di gioco innovativo: giocava a zona prima che lo facesse Sacchi. Visto che hai giocato in quella Reggiana, sapresti fornire qualche dettaglio in più sull’aspetto del gioco di Marchioro?”

“Era un allenatore che giocava a zona, con i quattro dietro, però, naturalmente, non era un classico 4-3-3, era molto duttile e c’erano due innovazioni per i tempi. Infatti, in fase offensiva usavamo il 4-3-3, in fase difensiva diventava 4-5-1, perchè restava solo Silenzi davanti e le due ali, che erano D’Adderio e Rabitti, venivano ad agganciarsi con gli altri tre centrocampisti, per cui eravamo coperti. E poi un altro grande segreto era che giocavamo con Stefano De Agostini, che faceva il centro-mediano davanti alla difesa, tra il centrocampo e la retroguardia. Avevamo poi De Vecchi, che subito giocava a centrocampo, poi Marchioro lo spostò a centrale difensivo e quella fu proprio la svolta, perché, a quel punto, De Vecchi, essendo un centrocampista coi piedi buoni, cominciava a sviluppare le azioni di tutta la squadra da dietro, alle volte partiva, andava. E, quando partiva, Stefano De Agostini si fermava e copriva, veniva a fare il centrale: da centromediano diventava centrale, quindi noi non perdevamo mai gli equilibri in fase difensiva. Restavano sempre i quattro e non ci facevamo mai trovare scoperti in difesa; le mosse vincenti sono state proprio quelle, per le quali ha optato Marchioro durante il corso di quel campionato, perchè all’inizio siamo partiti non tanto bene. Nel girone di andata abbiamo perso cinque partite, che erano tante, mentre in quello di ritorno una sola: la penultima, nel derby di ritorno a Modena, praticamente avevamo già vinto il campionato”.

“Dal 19 febbraio al 14 maggio 1989 non hai incassato nemmeno una rete. Quanto sei fiero di aver fatto la storia di questa società?”

“Io da solo non avrei fatto niente: è chiaro poi che, quando giochi in uno sport di gruppo, il merito è di tutti. Anche io ho fatto una bella stagione; per vincere un campionato tutti devono dare il loro contributo, chi più, chi meno. La squadra era forte e poi c’è anche una parte di fortuna: abbiamo fatto undici partite senza subire gol, non è facile, però ti devono anche girare bene tante cose. Sono fiero di ciò, poi l’anno scorso Venturi ha battuto il record. Durante quella fase delle undici partite ho saltato la seconda, perché a Lucca non avevo giocato io, bensì Cesaretti, altrimenti i nostri minuti di imbattibilità di squadra sarebbero stati 990, con appunto Cesaretti che ha giocato 90 minuti. E io, invece, mi sono fermato a 873, Venturi mi ha battuto per 17 minuti. L’abbiamo premiato, sono venuto, mi hanno invitato quando ha battuto il record – era la partita contro l’Alessandria -, poi, record battuti o non battuti, ho detto:”L’importante è che se Venturi non becca gol per 10-11 partite, com’è successo a me, vinca il campionato” ed infatti è stato così. Questo perché, quando arrivano questi grandi record – e sono risultati prestigiosi – vuol dire che ci sono alle spalle una grande difesa, un grande centrocampo, un grande attacco, la squadra è organizzata bene”.

“Che personaggio era Villiam Vecchi? La cosa più importante che ti ha insegnato?”

“Villiam Vecchi, come ho detto, è stato l’inizio delle mie fortune. Quando sono arrivato lì mi ha preso . All’inizio – devo dirti la verità – ho fatto molta fatica, perché, appunto, come ti raccontavo prima, ero molto istintivo. E’ chiaro che lui mi ha detto:”Adesso vieni qui”,“Tatticamente fai così”, “Quando questo è alto devi stare tu”, “Attento alle mani”, “Attento al ginocchio: metti la copertura” e tutte quante queste cose. Ha dovuto cambiare il mio modo di essere portiere. I primi tempi, nei primi due-tre mesi, ho dovuto adattarmi e mi capitava spesso che in allenamento dicessi:”Bon, adesso Villiam ha detto così”, arrivava il pallone e mi soffermavo su come fare meglio la parata e mi accorgevo che la palla era già dentro. Questo perché non avevo ancora assimilato il pensiero giusto in base alla risposta che dovevo dare, poiché il ruolo del portiere è saper prendere la decisione il più velocemente possibile in riferimento a come deve arrivare la palla. E sono frazioni di secondo. Hanno fatto recentemente uno studio – credo un’università dell’Irlanda – dove hanno stabilito che i portieri, praticamente, sono, nello sport, insieme a quelli che fanno baseball, quelli che calcolano più rapidamente velocità-spazio-tempo della palla che arriva in base alla propria risposta. Sei portiere, ti arriva un tiro: in quanti nanosecondi devi dare la risposta più efficace? Perché non è dire:”Come respingi, respingi”, il portiere di Serie A non è che debba solamente respingere. Deve infatti capire se bloccare, se respingere, dove respingere. C’è tutto un insieme di informazioni che tu, in automatico, devi dare in base a come arriva la palla, ma questo, chiaramente, lo si allena nel tempo, lo migliori piano piano. E Villiam Vecchi, in tutto questo, è stato molto importante per me: mi è tornato utile come giocatore e, soprattutto, quando dopo sono diventato preparatore dei portieri, tante esercitazioni, tanto tempo trascorso con lui, mi hanno aiutato a partire da nozioni che avevo imparato da lui”.

“Visto che ha portato a Reggio tanti giocatori importanti, tra cui un ottimo difensore della tua porta come Zanutta, che tipo era Renzo Corni?”

“Hai tirato fuori Zanutta, proprio oggi è il suo compleanno: stamattina gli ho fatto gli auguri. Renzo Corni non lo conoscevo. Nel 1988, quando è arrivato con tutto il gruppo nuovo – il senatore Sacchetti, Fiaccadori, eccetera – si è dimostrato subito all’altezza della situazione, perchè, comunque, lui veniva già da due-tre campionati vinti. L’aveva vinto a Padova e a Nocera e arrivava qua già come un direttore sportivo che era già vincente. E poi arrivi a Reggio il primo anno, che sei anche modenese, e vinci il campionato… Subito non si poteva sapere, ma, dal 1988, il gruppo con Marchioro e Fiaccadori è partito dalla C e, nel giro di cinque-sei anni, è arrivato in Serie A. Sono andato via proprio l’ultimo anno, che hanno vinto il campionato, ma – devo dirti – dovevamo vincerlo l’anno prima. Non abbiamo vinto il campionato in quell’anno per le questioni legate a Ravanelli, che ha fatto un casino allucinante in quella stagione lì e, praticamente, voleva andare alla Juve, che l’aveva già preso. Poi non è andato, di conseguenza non si è impegnato a fondo, come doveva fare. E io l’anno dopo andavo in scadenza di contratto e, praticamente, dal trovarmi in Serie A, mi sono trovato in C, a Trieste. Come sono le cose… mentre il signor Ravanelli è partito. Sarebbe andato comunque alla Juve. Alla prima di campionato giocavamo Reggiana-Taranto, alla mattina, a Villa Granata – eravamo qua in ritiro – va da Marchioro:

“Mister, devo parlarle” “Che hai, Fabrizio?” “Oggi non me la sento di giocare” “Come? E’ la prima di campionato” “Ieri sera mi ha chiamato Boniperti e mi ha detto che mi vuole alla Juve. Io ho paura di farmi male, non voglio più giocare”. Di punto in bianco, alla prima di campionato. Il mercato non era come adesso, dove ci sono due mesi d’estate e poi tutta gennaio: c’era a novembre il mercato di riparazione delle squadre e durava tre-quattro giorni, poco. “Arriviamo a novembre, dopodichè troviamo un sostituto tuo e tu vai alla Juve”.

E, invece, poi, a novembre non hanno trovato un sostituto all’altezza di sostituire Ravanelli, che è rimasto fino alla fine dell’anno. Ma lui sarebbe andato comunque. A Bologna fa una gara in cui fa due gol, vince la partita da solo, perché pensava fosse l’ultimo incontro in maglia granata, poi sarebbe andato. E, invece, il martedì è tornato con le orecchie basse come un cocker, poiché non era andato alla Juve. Però, lì, avevamo perso un giocatore. E lì la società poteva capire, Marchioro soprattutto, che insisteva a farlo giocare. Giocavamo in 10: aveva paura di farsi male, appena i difensori gli davano un colpetto sulla gamba, questo andava in difficoltà. Saremmo potuti andare in Serie A quell’anno lì. E’ stato un campione anche Ravanelli, aveva il suo carattere, legittimo, ma, con i suoi compagni di squadra, si è comportato molto male, perchè non si è più impegnato. A differenza di un altro campione come Silenzi, che  – prima che arrivasse Ravanelli – , era già venduto al Napoli da 10 partite, anche nell’ultima partita ha fatto due gol, abbiamo giocato col Foggia, partita finita 2-2. Si è impegnato fino all’ultimo. La differenza di uomo: grandi atleti, però due uomini diversi”.

“Sei arrivato alla Reggiana quando quest’ultima faceva fatica ad ottenere la promozione in Serie B e te ne sei andato nel 1992. I Granata ottennero tre settimi posti consecutivi, poi andarono in A. Come hai vissuto, da calciatore, questa crescita graduale della squadra?”

“E’ stato bello, perché ho fatto 6 anni da giocatore a Reggio, in cui ho collezionato 179 presenze in campionato, senza contare la Coppa Italia: praticamente è una media di 30 incontri all’anno. Ho perso un po’ il primo anno, poichè all’inizio è partito Bertolini, poi le ultime cinque le ho saltate per il ginocchio rotto. L’ultimo anno Marchioro ha preso Stefano Ciucci, andavo in scadenza e lì ho capito che non mi avrebbero più tenuto, ma forse sarebbero cambiate le cose se avessimo vinto il campionato. Invece, poi, c’è stata la questione di Ravanelli, ma, nonostante tutto: sei campionati, un quarto posto, un terzo posto, un primo posto e tre settimi posti in Serie B, sono state comunque sei annate meravigliose, dove ho avuto la fortuna di fare molto bene in tutti i campionati e, per forza di cose, sono entrato di diritto nella storia di una squadra, oltre che per la militanza, perchè ho fatto sempre bene. Mentre, se becchi una stagione brutta e retrocedi, non ti ricorda più nessuno. E, in quegli anni, la Reggiana ha fatto tre grandi campionati di Serie C, con la promozione, e tre altrettanto grandi campionati da protagonista in Serie B, per cui è chiaro che è stato molto bello giocare, anche perchè sono poi diventati tanti calciatori importanti: Silenzi, Ravanelli, De Agostini, Paganin… giocai anche con De Vecchi e Zanutta, quindi tutti calciatori che hanno poi giocato in Serie A per tanti anni. In quegli anni avevamo degli squadroni, appunto anche perchè atleti come quelli che ho citato, hanno poi fatto grandi carriere anche dopo la Reggiana. Ed è stato bello giocare con questi bravi ragazzi, eccetto uno”.

“Del resto sei affezionato a Reggio e tu sei rimasto nel cuore della città”

“Io sono legato qua, quando fai sei anni… A dirti la verità, io non sarei mai andato via da Reggio, avrei finito la carriera qua. Purtroppo, non mi è stato possibile: ho finito a Trieste, dopo sono dovuto partire, ma sarei rimasto a costo di fare il secondo a vita, avrei terminato la mia carriera qui, sarei venuto ad abitare qui, avrei preso casa a Reggio Emilia. Questo perché, oltre a giocare volentieri, ormai mi ero fatto una cerchia di amicizie, mi volevano bene tutti, conoscevo tutta la città, mi sarei inventato qualcosa dopo il discorso del calcio. Era ed è ancora una città dove è molto bello abitare: in Emilia, qui, sono sempre stato bene. Poi è nato mio figlio e ci torno sempre volentieri, perchè ho ancora tanti amici, tante persone che conosco. Poi, oltre all’aspetto del calcio, mi chiamano ancora i giornalisti quando c’è il derby con il Modena e, sicuramente, anche quest’anno sarà la stessa cosa: quando saremo alla vigilia di Reggiana-Modena ecco che arriva il Carlino o la Gazzetta di Reggio:“Mi dici due parole?” “Ma sono sempre le stesse cose che vi dico”. Però, dai, Reggio, per me, sarà sempre la mia seconda casa”.

“Nell’ultimo anno in cui sei stato a Reggio, la Reggiana ha mantenuto la porta inviolata 15 volte. Cosa ricordi più volentieri di quest’annata?”

“Non è stata un’annata molto bella, appunto perchè, come ti dicevo, dovevamo vincere tranquillamente il campionato. Siamo partiti molto bene, poi la vicenda Ravanelli, come ti ho detto prima… Comunque non ho giocato tanto, ho fatto 21-22 partite quell’anno, perchè dopo, nel girone di ritorno, ho capito che non mi avrebbero rinnovato il contratto, sono andato in scadenza, ho cominciato a guardarmi in giro e, già si sapeva, da marzo, che sarei andato via. Per cui restava l’amarezza del campionato che stava scemando, a differenza di come sarebbe dovuto andare. E, quando capisci che una società comincia a pensare di non tenerti, dopo sei anni in cui hai dato tutto per questi colori, è chiaro che ci rimani male, soprattutto nell’ultima partita giocata in casa. E’ stato un Reggiana-Lecce, finito in pareggio. Alla fine del primo tempo, i tifosi mi hanno chiamato sotto la Curva e mi hanno regalato una gigantografia di una foto della Curva Sud con le firme a pennarello di tutti quanti i tifosi, che conservo gelosamente a casa mia, attaccata al muro. La cosa che più mi ha dato dispiacere è che Marchioro, in quella partita lì, che era insignificante – il campionato era già perso -, non mi ha fatto fare nemmeno un minuto giocato. Praticamente, sono stato in panchina tutta la partita. E, alla fine, i giornalisti gli hanno chiesto come mai non avessi giocato nell’ultima partita in casa, che poi avremmo disputato l’ultima gara del torneo a Pisa: “Mister, ma come mai non ha fatto giocare il secondo tempo a Facciolo?” E lui è trovato spiazzato e ha detto:”Non me l’ha chiesto”. Dovevo dirtelo io di farmi giocare sotto la Curva? Vabbè, ormai era andato il campionato e va bene così lo stesso. Da lì è partita la mia nuova avventura a Trieste. Ero comunque contento per Reggio, perché l’anno dopo sono andati in Serie A, io ero già andato via ed era venuto Bucci, grande portiere, perchè, bene o male, se si guarda la carriera che ha fatto e tutto… Sono andati in Serie A e lì non c’entravo più: quello che ha fatto la Reggiana in seguito lo vedevo solamente da tifoso e da spettatore”.

“Come hai reagito quando Venturi ti ha sottratto il record di minuti di imbattibilità?”

“Ero contento, perchè già mi chiamavano prima:”Guarda che c’è Venturi”. “Bene” ho detto, i record sono fatti per essere battuti. Sinceramente, quando l’ha battuto, mi ha fatto piacere, perchè voleva dire che la Reggiana stava andando bene, perchè, come dicevo prima: quando fai un record del genere è chiaro che poi vinci un campionato ed infatti è stato così. Visto com’era andata l’annata precedente e visto che dopo il primo anno in B sono retrocessi subito… L’anno prima c’era stato il discorso con il Modena, che era favorito, con tutti quei rigori che gli hanno dato, ci sono state diverse polemiche. Invece, l’anno scorso hanno meritatamente vinto il campionato e, veramente, sono stato felice. Non è che mi interessasse un record a vita: le cose vanno avanti e qualsiasi record è fatto per essere battuto. E’ giusto così”.

“Come vedi la Reggiana oggi? Pensi possa restare in B per qualche anno?”

“Beh, ce lo auguriamo tutti. La volta precedente è andata male ad Alvini, perchè ha vinto i play-off, poi, l’anno dopo sono retrocessi subito, peccato. Ci hanno messo due anni per tornare in Serie B. A inizio stagione mi avevano intervistato su una radio assieme a De Vecchi, perchè avevamo vinto il campionato nel 1988-1989. E io, addirittura, avevo azzardato:“Non è la prima volta che succede che una squadra di Serie C si trovi in Serie A” quindi vincendo il campionato due anni. E’ successo al Bari, è successo a me, da allenatore, al Napoli, è successo a Como, credo anche al Modena. Pur cambiando poco dalla Serie C, se trovi due innesti fatti bene e se la squadra è unita, puoi essere la sorpresa e può capitare che tu faccia il doppio salto: capita ogni tanto. Vedendo come sono partiti, evidentemente, al momento non è così. L’importante è che tengano la categoria e credo siano in media. Hanno preso un allenatore non tanto esperto, ma – diciamo – sul campo molto esperto, perchè Nesta ha giocato col Milan, è stato un grandissimo calciatore, per cui, insomma, bisogna lasciarli lavorare e avere pazienza, soprattutto perchè è una neopromossa e, bene o male, tutti ci auguriamo che la Reggiana possa stare tanti anni in Serie B. Anche perché credo e sono convinto che la città se lo meriti. E’ un po’ come quelle piazze come Padova o Trieste: sono città che la Serie B la potrebbero fare benissimo, perchè hanno uno stadio all’altezza, così come il blasone. La cadetteria è una categoria che, secondo me, per Reggio potrebbe essere proprio a misura, come può essere, non so, per l’Empoli, che fa la B e ogni tanto va in A e ci può stare. Potrebbe essere la Reggiana a fare così e lo spero. Spero che resti per molti anni in Serie B, insomma. Bene o male, la seguo, guardo sempre anche le partite adesso e spero vivamente che vada sempre bene, soprattutto spero che la Reggiana si salvi quest’anno”.

“E quando hai finito di giocare?”

“Io mi sono ritrovato a smettere “subito, per forza”, perché è fallita la Triestina e questo ce l’hanno comunicato il 31 luglio: non siamo più partiti. Per cui tutte le squadre erano già partite per il ritiro, di conseguenza il centrocampista, il difensore e l’attaccante avevano già cambiato squadra, mentre i portieri dovevano aspettare che si facesse male un portiere per entrare nel mercato. Per un estremo difensore è più difficile, poichè, se tutte le squadre sono già pronte, perdi i primi tre-quattro mesi. A ottobre-novembre si era fatto sotto l’Ancona, che era in Serie B all’ora e c’era Nista che aveva avuto problemi con la schiena, doveva stare fuori un paio di mesi. Allora il mio procuratore, il dottor Bonetto, mi fa: “Guarda, c’è l’Ancona” “Va bene” “Però io ho Nista che è mio assistito, come te. E dopo, quando rientra lui, chi è che tutelo?”. Allora lì non si è fatto niente con l’Ancona, perchè lui non se la è sentita:”Ho già un giocatore là, non posso portare anche te”. Io ero svincolato, potevo accasarmi anche a mercato chiuso, per cui ero pronto ad andare da qualsiasi parte. Dopo si era fatto vivo, un po’ più avanti, l’Atletico Catania, che faceva la C, però non mi andava di prendere su e andare fin là, poi era cominciata a passarmi la voglia. A un certo punto ho detto:”Basta” e ho chiuso. Avevo 32 anni, ero giovane. Ho detto: ”Bon, prendo un anno sabbatico e l’anno prossimo comincio a fare il preparatore dei portieri” e così è stato. Ho cominciato piano piano, ho fatto la gavetta, la C2, il campionato interregionale, lavoravo senza guadagnare. Nel 2000 ho cominciato a rientrare nel giro che contava, ho avuto un colpo – anche – di fortuna. Tramite anche amicizie, sono riuscito ad entrare nel Padova. E lì arriva Varrella allenatore, vinciamo subito il campionato. Faccio due anni a Padova, poi vado a Cagliari, perchè conoscevo Reja, mi portò lì, vincemmo il campionato. E poi sono entrati in circuito, chiaro che dopo devi  dimostrare e devi aggiornarti, non sono solo conoscenze. In un posto non è che ci arrivi per fortuna o solo per conoscenza: puoi arrivare in una categoria, ma se poi non dimostri di poterci stare, torni indietro. Nel calcio non è che dopo ti tengano se non sei capace, soprattutto quando si parla di campionati importanti come la Serie A o la B, dove comunque girano milioni di euro. Per cui, se tu non rendi, se ti danno in mano due-tre portieri in Serie A e fai male, poichè non sei capace di allenare, arrivi e l’anno dopo ti cambiano: per stare, dopo devi sapere, per cui ti aggiorni, devi migliorare anche tu. Devi fare tutte queste cose qui, che non è semplice”.

Foto scattata in occasione dell’intervista

Lascia un commento